I tombini di Biancoshock trasformati in case

Michela Pesenti / 2 settembre 2016 / Stili e Novità

Per alcuni tratti irriverente, per altri provocatorio e scioccante: stiamo parlando di Borderlife, l’ultimo progetto dell’artista Biancoshock che a Milano ha trasformato diversi tombini abbandonati in mini stanze accessorite come camere da letto, cucine o salotti. Soffermandosi alle apparenze le installazioni dello street artist sembrano una curiosa operazione di arredamento di spazi microscopici, poco meno di un metro quadrato, studiati in ogni minimo dettaglio, tra quadri, carta da parati e oggetti vari.

 

In realtà Borderlife ha un significato più profondo: denunciare una realtà tremenda di cui si parla sempre meno, anzi, si è quasi smesso di parlare del tutto. Biancoshock dedica la sua opera a tutte le persone “invisibili”, a tutti coloro che a Bucarest, in Romania, sono costretti a vivere sottoterra, sopravvivendo in quello che viene definito il “Regno delle fogne”.

«Ho pensato alla condizione di centinaia di persone che a Bucarest vivono nelle fogne – spiega l’artista – i loro concittadini più fortunati non si rendano conto della loro esistenza al limite. A Milano la situazione non è così estrema, ma anche qui abbiamo tante persone che vengono costantemente ignorate, nonostante abitino in superficie e le loro difficoltà siano sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole». Una storia di degrado raccontata attraverso un lavoro minuzioso. «Ho dovuto fare moltissime prove – racconta ancora Biancoshock – scegliendo accuratamente i pochi oggetti e puntando molto sulle piastrelle. Parte del lavoro era stato precedentemente preparato in studio e poi è stato installato in loco: un’operazione non semplice per la difficoltà che lavorare in spazi angusti e molto sporchi comporta».

 

Un’opera di urban art che si aggiunge alle altre numerose installazioni – quasi 650 in tutto – realizzate da Biancoshock lungo le strade di tutto il mondo per far riflettere le persone riguardo a situazioni e realtà critiche che spesso si preferisce far finta di non vedere. Una forma d’arte e di denuncia che può anche restare viva nel tempo grazie a fotografie, video e media che la immortalano.

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